Il nuovo "Oro di Napoli" di scena al Diana



di Stefano Vosa

Dal 16 Dicembre lo spettacolo tratto dai racconti di Giuseppe Marotta.Un consiglio a tutti i futuri spettatori  de “L‘Oro di Napoli”. Dimenticate completamente il celebre capolavoro di Vittorio De Sica o resterete delusi. In questa simpatica e gradevole  pièce tutta napoletana non c’è quasi niente del film del 1954. Ci sono quei racconti,(insieme con altri originali) tratti dal libro di Giuseppe Marotta e che furono la base anche della versione cinematografica.

Ma aldilà di questo i due lavori sono lontani anni luce, e forse è meglio cosi. Che senso avrebbe avuto una riduzione che non partisse dall’idea di innovare quanto era già stato fatto? Lo spettacolo riadattato da Armando Pugliese e Gianfelice Imparato (rispettivamente anche regista e attore principale) raccoglie in pieno questa sfida e sceglie l’originalità. Originalità che paga grazie ad un cast ottimo in tutti i suoi componenti e sicuramente tra i migliori in circolazione. Detto questo lo spettatore non può non notare alcuni accostamenti francamente evitabili. La pizzaiola Ranieri fa il verso a Sofia Loren che nell’episodio “Pizze a credito” mostrava ben altra scaltrezza e sensualità popolare; ne “il guappo” la citazione del film è sistematica tanto che viene impossibile non ripensare all’interpretazione di Totò.

Si tratta tuttavia di sbavature non sostanziali dato che il fulcro dell’opera (l’impostazione itinerante e aperta e l’intreccio delle storie) è del tutto nuova. Pensando a chi non ha visto il film si può immaginare che creda di trovarsi  davanti una qualsiasi delle commedie  della tradizione comica napoletana. Alcune battute inserite nel testo sono infatti prese da opere ben note e piovono furbescamente quasi a invocare la risata. In effetti la stessa raccolta di Marotta attingeva a piene mani dalla tradizione partenopea. E’ un peccato però che per raccontare le contraddizioni della città si scelga la strada di una bonarietà da spettacolo natalizio più che l’amarezza della denuncia. Peccato perchè cosi facendo sfumature che rendevano cosi suggestivi gli episodi vengono sacrificate al soldo della risata a tutti i costi.

Per fortuna non sempre è cosi e le storie mantengono in generale forza narrativa alla quale si aggiunge un’acuta rappresentazione di caos popolare. Il caos di  un palazzo del centro storico,stomaco nel quale si muove tumultuosa un’umanità dolente e incapace ad arrendersi. Un movimento  questo, sottolineato magistralmente dalle musiche originali del premio Nobel Nicola Piovani.

Stefano Vosa
18 dicembre 2009

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