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L'agonia di Napoli tra feste paesane e servizi negati

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Una città estesa per circa 120 chilometri quadrati con quasi un milione di abitanti, il cui tessuto urbano contemporaneo - secondo l’Unesco - conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell'Europa e al di là dei confini di questa, è indubbiamente una realtà complessa ricca di contraddizioni, paradossi e attese insoddisfatte.
Il centro storico è tra i più antichi e più vasti d’Europa ed è motivo di legittimo orgoglio.  Tuttavia, non è una realtà cristallizzata, un museo a cielo aperto. Qui continuano ad avvicendarsi generazioni di napoletani con i loro problemi esistenziali, intricati e spesso senza soluzione: casa, lavoro, mobilità, igiene urbana, tempo libero.
Al centro di solito si oppone una periferia. Quella napoletana è la sentina delle incancrenite emergenze prodotte da un selvaggio abusivismo edilizio, “legalizzato” dall’incapacità delle amministrazioni comunali degli Anni ’70 di far fronte alla crescente domanda di alloggio delle giovani generazioni.
Alienanti quartieri dormitori privi di razionali infrastrutture, della microurbanistica, di polarità aggreganti e socializzatrici. Dalla post-industrializzazione, la città – intesa come consorzio di anime – dopo aver subito la perdita di migliaia di posti di lavoro, assiste impotente, attonita e nauseata alla spartizione del suo territorio ad oriente e ad occidente per opera dei soliti “imprenditori” assistiti.

Questioni vecchie, irrisolte, ma sempre palpitanti. Problemi che in tempi ordinari non hanno trovato la giusta attenzione e le indispensabili risorse economiche. Figurarsi oggi, nel bel mezzo di una crisi economica epocale.
L’avvento della rivoluzione arancione ha comunque segnato nella risoluzione delle afflizioni cittadine un punto di svolta. Da circa un anno, la nuova amministrazione comunale è, infatti, severamente impegnata ad isolare la Napoli borghese della collina di Posillipo dai quartieri centrali proletari e sottoproletari. Una sorta di lazzaretto sociale.

La soluzione individuata dal sindaco de Magistris è senza alcun dubbio di quelle risolutive. Ha ridotto i consumi energetici, il tasso di micro criminalità, i livelli di spesa individuali, i versamenti dell’IVA con una semplice ma rivoluzionaria operazione a costo (quasi) zero. E’ stato sufficiente riprodurre in uno dei luoghi simbolo di Napoli, un lembo di terra sahariana inibendo la circolazione veicolare sull’asse costiero di collegamento (il più breve e diretto) est-ovest della città.
Geniale! Del resto cosa vuoi che siano le 24mila anime sparse tra via Petrarca, via Orazio, Posillipo. Sempre che vogliano utilizzare l’auto privata possono usufruire della Tangenziale da imboccare ad Agnano o a via Cilea. Altrimenti, possono prenotare un comodo taxi, potendoselo tranquillamente permettere.

Fidando sul concorso di una Sovrintendenza distratta, cartacea ed auto delegittimata (“baffi” della scogliera, e la vergognosa distruzione della Cassa Armonica di Enrico Alvino), il nostro illuminato sindaco ha messo appunto la teoria, infantile ma estremamente efficace, dell’evento in servizio permanente per aggirare il dettato del vigente PRG che assegna al tracciato di Alvino, la fondamentale funzione di trait d’union tra il levante ed il ponente della città partenopea.
L’escamotage consiste nel considerare temporanea l’occupazione del suolo stradale, salvo poi alimentare un intenso turn over di manifestazioni di dubbio valore, in modo da occupare temporaneamente per l’intera durata dell’anno solare quello che è sicuramente – non certo per l’impegno degli orange – un luogo simbolo universalmente riconosciuto

Ma qualche ingranaggio dell’elementare meccanismo sembra che cominci a perdere colpi. La “filosofia”, infatti, su cui reggeva la rivoluzionaria iniziativa comincia a mostrare l’evanescenza dei suoi postulati.
Se l’uso improprio di Via Caracciolo serve ad attrarre i produttori di eventi e con questi benefiche ricadute economiche - benché mai dimostrate - perché il costo della concessione di Piazza Plebiscito per i due privatissimi megaconcerti è stato ridotto con speciose motivazioni del 99% (praticamente è stata data gratuitamente)?

“Non ci sono i soldi” è il leit motiv che accompagna ossessivamente da oltre un anno l’azione politica dell’amministrazione de Magistris. Per la manutenzione stradale, non ci sono soldi, per i servizi sociali, non ci sono soldi, per l’ammodernamento dei mezzi pubblici di trasporto, non ci sono soldi.
Viste le asfittiche finanze ed un bilancio ad un passo dalla bancarotta, i due concertoni non potevano rappresentare una provvidenziale boccata d’ossigeno per le casse comunali?
Non solo non abbiamo ricavato un bel nulla, ma abbiamo contribuito alla realizzazione di profitti privati con la concessione di un rimborso di 2.500 euro alla Protezione civile, mettendo a disposizione le transenne per recintare la storica piazza e - con ogni probabilità – con le ore di lavoro straordinario concesse a vigili urbani, operatori dell’ANM e dell’ASIA.
Certo si poteva ricavare un bel pugno di euro che non avrebbe mai potuto colmare i disastrosi disavanzi di bilancio, ma almeno poteva servire a far fronte ad una delle tante urgenze.

Napoli sta cambiando, ma non nel senso auspicato da de Magistris. I catastrofici effetti della crisi economica internazionale hanno portato l’indice di povertà al «22 per cento, il doppio rispetto alla media nazionale. Una situazione difficile per le famiglie e, ancor di più, per quelli che vengono definiti "nuclei familiari spezzati": separati, divorziati, vedovi. Per i giovani l'occupazione è un miraggio e persiste una discriminazione, dal punto di vista economico, nei confronti delle donne» (Federconsumatori Campania).

In tale inquietante contesto, le “feste” non possono più essere considerate un mero strumento di propaganda politica e personale. Devono, per forza di cose, essere finalizzate all’ammasso della “farina” affinché “la forca” della disperazione non strangoli definitivamente ogni speranza di riscatto economico del popolo napoletano.
D’altro canto i napoletani sanno bene di poter contare sul pragmatismo del sindaco. De Magistris ha dimostrato, con i fatti, di saper adattare la sua rivoluzionaria strategia politica ed i suoi impegni elettorali alle necessità del momento. Il nostro è il sindaco che ostinatamente voleva portare la Vuitton cup a Bagnoli per porre l’accento sull’esigenza di completare la bonifica dei suoli con la rimozione della colmata per poi trasferirla precipitosamente su via Caracciolo. E’ lo stesso che in campagna elettorale denunciò, gridando ai  quattro venti, la scandalosa gestione della Bagnoli Futura giacché “i fondi comunitari per la riqualificazione dell’ex sito industriale di Bagnoli sono stati sperperati. Bagnoli è una pagina vergognosa di commistione fra politica e crimine intorno al denaro pubblico”, salvo poi limitarsi, invece della promessa eliminazione, alla mera sostituzione dei vertici della partecipata con altri più funzionali alla sua amministrazione comunale.

“Il sociale è la priorità di questa amministrazione” continua a ripetere il sindaco de Magistris. Ma per quel che appare, sembra che abbia confuso la sua carica con quella di maestro di cerimonie. Tra eventi “farlocchi” su via Caracciolo, concerti di “beneficenza”, patetici e ridicoli tagli di nastri, alterazioni e distruzioni del patrimonio paesaggistico e storico, dobbiamo solo sperare che il paternalismo autoritario del sindaco si volga verso il cuore pulsante di Napoli, la sua sofferente umanità.
Lidio Aramu

 

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