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Una nuova ONU è possibile?

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Alle prese con una struttura ormai vetusta, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha bisogno di un nuovo modello per diventare più funzionale. E se fosse quello della FIFA?

Nata il 24 ottobre 1945, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) prese il posto della vecchia Società delle Nazioni, fondata nel 1919 con lo scopo di accrescere il benessere e la qualità di vita degli uomini. Per conseguire tale obiettivo, era necessario prevenire ogni tipo di conflitto, ma lo scoppio della guerra nel 1939 rese evidente il fallimento della prima organizzazione intergovernativa della storia mondiale.

Molte delle agenzie e delle commissioni della Società delle Nazioni confluirono nella neonata ONU, il cui Statuto entrò in vigore dopo la ratifica da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica) e della maggioranza degli altri stati firmatari.

Il compito principale prefissatosi dallo Statuto, come si evince dagli articoli 1 e 2, è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. L’organismo predisposto per questa funzione è il Consiglio di Sicurezza, come stabilito dall’articolo 24 dello Statuto delle Nazioni Uniti. Il Consiglio è formato complessivamente da 15 Stati appartenenti all’organizzazione, i cinque permanenti (con la Repubblica Popolare Cinese che ha preso il posto della Repubblica di Cina nel 1971 e la Russia che ha sostituito la dissolta Unione Sovietica nel 1991) e dieci non-permanenti – cinque all’anno – eletti dall’Assemblea Generale ogni biennio.

Ogni decisione presa dal Consiglio di Sicurezza per quanto concerne le questioni non procedurali, ovvero quelle sostanziali, deve obbligatoriamente trovare l’approvazione di almeno nove dei quindici membri e, soprattutto, di tutti e cinque i membri permanenti. Ciò che maggiormente caratterizza il Consiglio, infatti, è il cosiddetto “diritto di veto”, usufruibile solo dai membri permanenti, i quali hanno il potere, con un unico voto negativo, di annullare ogni disposizione presa.

Ma nel 2020 è ancora applicabile un modello fondato su un diritto approvato nel 1945 da Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman e Iosif Stalin?

Negli ultimi 75 anni, si è passati dai 51 stati membri del 1945 ai 193 odierni, a cui vanno aggiunti la Santa Sede e la Palestina, presenti con lo status di osservatori permanenti. Eppure, nonostante gli enormi mutamenti dell’apparato geopolitico del mondo, la struttura dell’ONU è rimasta identica, con i cinque membri permanenti, che rappresentano le cinque potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, cristallizzatori di tale situazione, se si tiene conto che l’unica riforma di rilievo approvata dal Consiglio di Sicurezza risale al lontano 1963, quando, in seguito al processo di decolonizzazione, gli stati dell’ONU passarono da 51 a 117, con l’aumento da 6 a 10 del numero dei membri non-permanenti.

Per uscire da questa fase di stallo, si potrebbe imitare il modello della FIFA, la maggiore federazione calcistica al mondo. Fondata nel 1904 e con sede a Zurigo, in Svizzera, consta di un organo supremo, il Congresso, costituito dai rappresentanti di ciascuno dei 211 membri affiliati, i quali godono del voto capitario, che permette a tutti di avere voce in capitolo riguardo alle modifiche da apportare allo statuto della FIFA. Al Congresso, che si riunisce una volta all’anno a partire dal 1998 (in precedenza le assemblee si tenevano con cadenza biennale), sono affidate le mansioni di eleggere il Presidente, il Segretario Generale e gli altri membri del consiglio FIFA, di approvare i bilanci e di scegliere le sedi della Coppa del Mondo maschile e femminile di calcio, calcio a 5 e beach soccer.

In particolare, il Presidente e il Segretario Generale, cariche ricoperte dal febbraio del 2016 rispettivamente dall’italo-svizzero Gianni Infantino e dal senegalese Fatma Samba Diouf Samoura, hanno ruoli ben definiti all’interno di questa struttura e ciò differisce in maniera evidente con quanto avviene nell’ONU, il cui Segretario Generale (dal 1° gennaio 2017 è il portoghese António Guterres), pur avendo un seggio presso il Consiglio di Sicurezza, che suggerisce la sua elezione all’Assemblea Generale, non ha diritto di voto, rendendo ancor più marcata la sua subordinazione nei confronti dei cinque membri permanenti e del loro veto.

Anche il sistema della FIFA non è però scevro di problemi e malfunzionamenti. L’esempio più lampante è offerto dall’immenso scandalo che ha azzerato i vertici della federazione nel corso del 2015, quando una maxi inchiesta internazionale ha portato all’arresto di sette massimi dirigenti e, per effetto della sentenza del Comitato Etico della FIFA, alle squalifiche per otto anni (poi ridotte a sei) di Joseph Blatter, presidente dell’organizzazione dal 1998 al 2015 (dimessosi appena quattro giorni dopo la sua quinta rielezione), e Michel Platini, presidente della UEFA.

L’indagine, condotta in sinergia dal FBI e dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, si concentrò su un ampio giro di corruzione, quantificato in circa 100 milioni di dollari, che avrebbe colpito per almeno venti anni l’intero mondo del calcio, influenzandone accordi di marketing, diritti televisivi e finanche l’assegnazione dei Mondiali, con riferimenti specifici alle edizioni del 2018 (in Russia) e del 2022 (in Qatar).

A facilitare la dilagante corruzione di quegli anni, ha contribuito proprio il voto capitario di cui ha diritto ogni federazione affiliata alla FIFA. Invero, Blatter ha basato il rafforzamento del suo potere sui paesi meno ricchi e sui delegati che li rappresentavano, offrendo loro lauti guadagni e ruoli di primo piano nell’organizzazione in cambio dell’appoggio nelle tante campagne elettorali da lui affrontate.

Focalizzando l’attenzione sull’ONU e sul dibattito inerente questa possibile modalità di riforma, va fatta una considerazione doverosa: mentre il calcio è lo sport più popolare al mondo e attorno a esso ruotano esorbitanti interessi economici, causa sovente di problemi di tale natura, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha il dovere di andare oltre una visione meramente economica e di ispirarsi direttamente ai propri princìpi statutari, coordinando l’azione degli stati membri per promuovere il bene comune e i diritti umani, condizioni indispensabili per il conseguimento della libertà, della pace e della sicurezza su scala internazionale, obiettivi fin qui non centrati.

È dunque auspicabile che, in un mondo in continua evoluzione e trasformazione, l’ONU si allontani dall’idea di casta chiusa che lo accompagna e apra le proprie porte alle grandi potenze non rientranti nel novero dei membri permanenti e ai paesi emergenti, ampliandone il potere decisionale in nome di quella democrazia troppo spesso calpestata nel corso dei 75 anni di vita dell’organizzazione.

Stefano Scarinzi

11 marzo 2020

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