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L'ombra del diavolo

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Il 4-0 inflitto al Chelsea ha inaugurato al meglio la Premier League 2019/2020 del Manchester United e di Ole Gunnar Solskjær, confermato alla guida dei Red Devils e desideroso di riportare il club ai fasti dell’era di Sir Alex Ferguson.

“Tutta l’esistenza umana si risolve in una illusione” è la frase cult de L’Illusione, il romanzo scritto da Federico De Roberto nel 1891 che segue il percorso di vita della protagonista, Teresa Uzeda, dall’infanzia alla maturità, attraverso sogni, fallimenti, disinganni e illusioni. I medesimi sentimenti sono radicati negli animi e nei cuori dei tifosi del Manchester United dall’8 maggio 2013, giorno in cui Sir Alex Ferguson annunciò il proprio addio dopo quasi ventisette anni di permanenza sulla panchina del club mancuniano.

L’ultima stagione, in tal senso, è stata la prova lampante di questa altalena di emozioni, poiché, nell’arco di nove mesi, si sono succeduti umori completamente differenti nei Red Devils.

Prima l’avvio complicato costato il posto a José Mourinho, arrivato a Manchester nel 2016 con la forte volontà di essere l’erede di Ferguson, ma mai capace di entrare nei cuori dei tifosi e dei giocatori, sebbene tre dei cinque trofei conquistati dallo United dal 2013 a oggi portino la sua firma. Tuttavia, il Community Shield, la Coppa di Lega e l’Europa League vinti nel 2016/2017 non sono bastati a giustificare le ingenti spese di mercato sostenute durante la sua gestione.

Il KO del 16 dicembre 2018 contro il Liverpool ha aperto le porte della panchina dell’Old Trafford a Ole Gunnar Solskjær, 126 gol nelle undici stagioni giocate con lo United tra il 1996 e il 2007 e autore della storica rete del 2-1 nei minuti di recupero della finale di Champions League del 1999 contro il Bayern Monaco che regalò ai Red Devils il secondo successo nella competizione continentale e il treble.

Arrivato come una soluzione temporanea, il tecnico norvegese, anche grazie a un calendario favorevole, ingrana subito la marcia giusta, ottenendo sei vittorie nelle prime sei partite di Premier League (otto su otto considerando anche la FA Cup) e superando il precedente primato appartenente a Matt Busby, che nel 1946 aveva vinto le prime cinque gare sulla panchina dei Red Devils.

Tra i meriti principali di Solskjær vanno annoverati il rilancio di Paul Pogba, trascinatore della squadra con gol e assist in serie dopo il periodo buio dovuto agli screzi con Mourinho, e la centralità assegnata a Marcus Rashford, sempre decisivo nelle partite più complicate, come dimostrano le reti nelle trasferte con Tottenham e Leicester e, soprattutto, il rigore della qualificazione realizzato al Parco dei Principi contro il Paris Saint-Germain, che ha segnato il punto più alto della stagione dello United.

Alla luce degli ottimi risultati fin lì conseguiti, il 28 marzo Solskjær viene confermato sulla panchina dei Red Devils con un contratto di tre anni, passando da semplice traghettatore ad allenatore permanente.

A partire da quel momento, però, l’annata del Manchester prende nuovamente una china negativa: dopo la vittoria contro il Watford del 30 marzo, che aveva proiettato gli uomini di Solskjær al quarto posto, i Red Devils ottengono appena cinque punti nelle ultime sette giornate di Premier League, chiudendo in sesta posizione e qualificandosi alla fase a gironi dell’Europa League solo per via del successo dei cugini del City sul Watford nella finale di FA Cup. Inoltre, l’ultimo mese di stagione è caratterizzato anche dalla netta eliminazione nei quarti di Champions per mano del Barcellona, vittorioso in entrambi i confronti.

Nonostante il disastroso epilogo, con lo United fuori dalle prime quattro per la quarta volta dal 2013/2014, Solskjær viene confermato. Una scelta in controtendenza rispetto al recente passato del club, dal momento che nel post Ferguson si sono alternati cinque allenatori in sei anni: prima del norvegese, si sono seduti sulla panchina dell’Old Trafford David Moyes, fortemente voluto da Sir Alex come suo successore, Ryan Giggs, tecnico a interim dopo il flop dello scozzese, Louis van Gaal, vincitore della FA Cup nel 2016, e José Mourinho.

Questa continua alternanza testimonia la confusione della società, incapace di trovare la strada giusta dopo l’addio di Ferguson. Per quanto fosse difficile pensare di ripetere l’era dello scozzese, vincitore di ben trentotto titoli nelle sue ventisette stagioni, il club non è mai riuscito ad avvicinarsi a quei livelli, dimostrando la propria inefficacia soprattutto in sede di mercato, settore in cui Sir Alex era stato un vero e proprio stratega. Dall’estate 2013, i Red Devils hanno speso oltre un miliardo di euro in giocatori rivelatisi sopravvalutati o non idonei per il tipo di gioco degli allenatori che si sono succeduti.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, c’è stata la difficoltà nel trovare calciatori validi del vivaio, eccezion fatta per Rashford e Jesse Lingard. Evidente la differenza con la “Class of ‘92”, la “Generazione del ‘92”, di cui facevano parte i fratelli Neville (Gary e Phil), Paul Scholes, Nicky Butt, Ryan Giggs e David Beckham. Una schiera di giovani campioni lanciati da Ferguson in prima squadra a partire dal 1992 e punti cardine dei tanti successi nazionali e internazionali ottenuti dal Manchester nel decennio successivo.

“Ritornerai, lo so ritornerai” cantava Bruno Lauzi ed è quello che si augura tutto il popolo di fede United. A Solskjær il compito di rendere di nuovo l’Old Trafford “The Theatre of Dreams” (“Il Teatro dei Sogni”).

Stefano Scarinzi
19 agosto 2019

 

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