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L'oro di Bergamo

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Nonostante il 4-0 rimediato in Croazia contro la Dinamo Zagabria, l’Atalanta si appresta a vivere la prima partita interna in Champions League della sua storia sulle ali dell’entusiasmo, grazie alle due vittorie esterne consecutive con Roma e Sassuolo e al terzo posto solitario in Serie A.

Dal 2 ottobre 2016 al 1° ottobre 2019. In 1.095 giorni la storia dell’Atalanta ha subito un cambiamento inimmaginabile anche per il più ottimista dei tifosi. Da “semplice” provinciale a splendida realtà, pronta ad affrontare lo Shakhtar Donetsk nella seconda giornata di Champions League, in quello che sarà l’esordio interno degli orobici nella massima competizione continentale. Peccato che non possa essere vissuto nel rimodernato stadio Atleti Azzurri d’Italia (rinominato per motivi di sponsorizzazione Gewiss Stadium), che aprirà i battenti il 6 ottobre per la sfida contro il Lecce, ma giocare a San Siro rende ancora più romanzesca l’avventura europea della “Dea”.

Per meglio comprendere il miracolo Atalanta, bisogna risalire al 21 settembre 2016. I nerazzurri sono reduci da diverse annate tribolate, con salvezze acciuffate dopo inaspettate sofferenze, e, soprattutto, dal KO casalingo nel turno infrasettimanale con il Palermo, il quarto nelle prime cinque giornate di campionato, con Gian Piero Gasperini, arrivato in estate, che sembra a un passo dall’esonero.
Il provvedimento viene evitato solo per la vicinanza con l’impegno successivo, la gara sul neutro di Pescara contro il neopromosso Crotone ultimo in classifica. In quello che ha tutte le sembianze di uno scontro salvezza, il tecnico di Grugliasco salva la panchina grazie al 3-1 della sua squadra.

Tuttavia, la svolta avviene il 2 ottobre, quando allo stadio Atleti Azzurri d’Italia arriva il Napoli di Maurizio Sarri, ancora imbattuto in campionato e in Champions League. L’Atalanta vince 1-0 giocando una partita splendida, perfettamente riassunta dalle parole del presidente Antonio Percassi: “Ho visto intensità, dedizione, adrenalina, voglia di aiutarsi, grande coraggio. Ho visto il calcio di cui mi parla Gasperini”.

Doveroso sottolineare gli enormi meriti di Gasp. Rilanciatosi nel triennio al Genoa in seguito alle fallimentari esperienze sulle panchine di Inter e Palermo, a Bergamo ha trovato l’habitat ideale per mostrare le sue qualità. Dopo le iniziali difficoltà, la società ha dato carta bianca all’allenatore, il quale ha operato scelte coraggiose, dando ampio spazio ai migliori prodotti del florido vivaio atalantino, come Mattia Caldara, Andrea Conti, Roberto Gagliardini e Franck Kessié, e ai giovani giunti da altri club, Leonardo Spinazzola e Andrea Petagna su tutti.
L’ottimo lavoro di Gasperini dà frutti non solo sul campo, ma anche sulle finanze atalantine. Già nel gennaio 2017, infatti, dopo appena una dozzina di partite nella massima serie, gli orobici cedono Caldara alla Juventus (15 milioni più 10 di bonus) e Gagliardini all’Inter (27,5 milioni complessivi tra prestito e obbligo di riscatto), realizzando importanti plusvalenze.

Lanci e rilanci nella filosofia di Gasperini. Il caso emblematico è quello del “Papu” Gomez, autentico trascinatore a suon di gol e assist e capace di meritarsi la convocazione nella Nazionale argentina alla soglia dei trent'anni. Degni di menzione anche Rafael Tolói, tutt’altro giocatore rispetto a quello visto (poco) nei sei mesi con la Roma nel 2014, e Andrea Masiello, che si è definitivamente lasciato alle spalle la brutta vicenda del calcioscommesse, per la quale ha scontato due anni e cinque mesi di squalifica.

L’Atalanta infrange il proprio record di vittorie consecutive nella massima serie (6) e chiude il campionato in quarta posizione, qualificandosi per l’Europa ventisei anni dopo la precedente esperienza.

La stagione successiva è caratterizzata dalla splendida cavalcata continentale degli orobici, eliminati nei sedicesimi di finale di Europa League dal Borussia Dortmund dopo aver dominato per larghi tratti del doppio confronto i gialloneri. Nella fase a gironi, la “Dea” era stato in grado di finire davanti all’Olympique Lione (battuto al Mapei Stadium, impianto di casa in Europa) e all’Everton, travolto con otto gol complessivi tra andata e ritorno (3-0 a Reggio Emilia e addirittura 5-1 a Liverpool).
La marcia europea frena il cammino dei bergamaschi in campionato, ma la rimonta compiuta dal post eliminazione nell’ex Coppa UEFA regala il settimo posto finale e una nuova qualificazione in Europa League, seppur da conseguire tramite i play-off.

Come avvenuto nell’annata precedente, l’organizzazione di gioco della squadra di Gasperini, con il singolo al servizio del collettivo, permette di sopperire senza alcun problema alle cessioni dei pezzi pregiati Conti e Kessié, autori rispettivamente di otto e sei reti nel 2016/2017 e acquistati entrambi dal Milan per un totale di 53 milioni.

Le nuove “frecce” sulle fasce, da sempre fondamentali nell’idea di calcio di Gasp, arrivano da Olanda e Belgio: l’olandese Hans Hateboer, prelevato già a gennaio 2017 dal Groningen, il tedesco Robin Gosens, proveniente dall’Heracles Almelo, e il belga Timothy Castagne, acquistato dal Genk.
La mano di Gasperini si nota anche nelle scommesse trasformate in certezze: Bryan Cristante, rilanciatosi nella seconda parte del 2016/2017 e definitivamente esploso da mezz’ala d’inserimento, come testimoniano i dodici gol stagionali; Josip Iličić, accompagnato dall’etichetta di incostante e indolente, ma divenuto a Bergamo una macchina inarrestabile di gol, assist e giocate di pregevole fattura tecnica.

Il capolavoro viene compiuto nella stagione 2018/2019. L’inizio è traumatico, in quanto i nerazzurri vengono eliminati dal Copenaghen nei play-off di Europa League, mancando l’approdo alla fase a gironi. Gli orobici accusano il colpo e restano a secco di vittorie per sette turni in Serie A (tre pareggi e quattro sconfitte).

La sosta di ottobre, però, permette agli uomini di Gasperini di ricompattarsi e di trasformare l’amarezza dell’estromissione europea nel carburante giusto per scalare la classifica. Giocando una volta a settimana, la “Dea” riesce a esprimere al meglio il proprio calcio basato sul possesso palla, sul pressing forsennato, sull’intensità e sulla ricerca dell’ampiezza.
A Bergamo crolla l’Inter di Luciano Spalletti, sconfitta 4-1, e viene fermata la corsa della Juventus, bloccata sul pareggio (unica squadra insieme al Genoa a non essere sconfitta dai bianconeri nel girone d’andata).

Il 2019 è l’anno magico dell’Atalanta. Sul finire di gennaio, nell’arco di tre giorni, prima gli orobici recuperano uno svantaggio di tre reti contro la Roma, poi travolgono la Juve nei quarti di finale di Coppa Italia, interrompendo il dominio della formazione di Massimiliano Allegri nella competizione.

Nel girone di ritorno, i nerazzurri hanno un ritmo da scudetto, totalizzando quarantuno punti (primi per rendimento), quattro in più della Juve campione d’Italia. Di particolare rilievo le vittorie esterne contro il Napoli (terzo successo al San Paolo tra Serie A e Coppa Italia dal 2017) e la Lazio, mentre il pareggio all’Allianz Stadium di Torino con la Juve nel penultimo turno, oltre a garantire l’imbattibilità stagionale contro Cristiano Ronaldo e compagni, permette alla “Dea” di presentarsi a 90 minuti dal termine del campionato al terzo posto e con il destino nelle proprie mani.
La rimonta nella tesissima sfida contro il Sassuolo certifica lo storico piazzamento sul podio dell’Atalanta (mai così in alto nella sua ultracentenaria storia), la prima qualificazione in Champions League e la palma di migliore attacco della Serie A, cancellando nel contempo la delusione per la sconfitta nella finale di Coppa Italia, raggiunta dopo ventitré anni, con la Lazio.

Il protagonista principale della cavalcata nerazzurra è senza dubbio Duván Zapata, vice capocannoniere del campionato con ventitré reti e autore di ventotto gol complessivi. Il colombiano, che nelle precedenti cinque stagioni giocate in Italia con Napoli, Udinese e Sampdoria non era mai andato oltre le undici marcature, è l’ennesimo capolavoro di Gasperini, abile nel fargli ripercorrere le orme di Marco Borriello e Diego Milito, affermatisi con la maglia del Genoa grazie alla cura dell’allenatore piemontese.

L’annata della “Dea” non è passata inosservata agli occhi di Roberto Mancini, CT della rinnovata Nazionale italiana, che ha inserito nel gruppo azzurro il portiere Pierluigi Gollini, divenuto titolare a spese di Etrit Berisha, e il difensore Gianluca Mancini, molto bravo nel gioco aereo (cinque reti nell’ultima Serie A) e ceduto nel corso dell’estate 2019 alla Roma, dove ha raggiunto l’ex compagno Cristante, acquistato dai giallorossi nel 2018. Come da tradizione, per entrambi i giocatori l’Atalanta ha realizzato plusvalenze da capogiro.

Lo stadio Olimpico poteva diventare la casa anche di Gasperini, dato che il club del presidente James Pallotta aveva puntato su di lui per riscattare la deludente stagione passata. Gasp, però, ha deciso di rimanere a Bergamo per giocarsi la prima vera opportunità di allenare in Champions League, poiché l’unica panchina nella massima competizione continentale risaliva al 14 settembre 2011, quando, alla guida dell’Inter, subì un’inopinata sconfitta casalinga contro i turchi del Trabzonspor.

La ciliegina sulla torta è arrivata a giugno, con la formazione Primavera vincitrice dello scudetto di categoria, il terzo della sua storia, a ventuno anni di distanza dalla precedente affermazione. Un successo che ha certificato l’eccellenza del vivaio atalantino, da sempre tra i migliori d’Italia e d’Europa principalmente per merito di Mino Favini, storico dirigente delle giovanili orobiche scomparso il 23 aprile 2019.

L’inizio della stagione 2019/2020 ha confermato come l’Atalanta possa essere ormai annoverata tra le grandi del calcio italiano, andando oltre la definizione di “Leicester italiano” che molti addetti ai lavori avevano applicato alla “Dea” negli scorsi anni.

Tredici punti in sei giornate, con l’en plein di successi esterni (quattro su quattro), miglior attacco del torneo insieme al Napoli, con Zapata momentaneamente in testa alla classifica marcatori in coabitazione con Andrea Belotti, Domenico Berardi e Ciro Immobile, e terzo posto solitario. Numeri rilevanti che diventano ancora più significativi se si considera l’intero anno solare 2019, in cui l’Atalanta ha conquistato più punti di tutti, 54 in 25 partite, tenendo dietro persino Juve (53) e Inter (48).
L’ulteriore crescita degli orobici è certificata dalla capacità, tipica dei top club, di recuperare partite apparentemente perse (da 2-0 a 2-3 con la SPAL e da 0-2 a 2-2 con la Fiorentina) e di non accontentarsi mai, puntando sempre alla vittoria, anche dopo episodi avversi (il gol vittoria al 95’ di Zapata contro il Genoa dopo che i rossoblù avevano trovato il momentaneo pareggio su un rigore dubbio al 91’).

L’unica macchia nell’avvio di stagione della “Dea” è stata il pesante rovescio subito in Croazia, che ha rovinato l’esordio assoluto in Champions League. L’emozione ha sicuramente influito sul rendimento dei nerazzurri, essendo la quasi totalità della rosa all’asciutto di esperienza nelle competizioni continentali.
La sconfitta con la Dinamo Zagabria, che veniva da undici sconfitte consecutive in Champions League, ma era reduce da una buona Europa League nell’ultima annata, potrà servire da lezione per il prosieguo dell’avventura europea, a partire dal match con lo Shakhtar Donetsk, da tutti additato come il principale avversario per una storica qualificazione agli ottavi di finale. Un grande contributo dovrà arrivare dal sempre passionale pubblico bergamasco, pronto a gremire gli spalti di San Siro in attesa dell’inaugurazione del Gewiss Stadium.

Senza dimenticare la doppia sfida da sogno con il Manchester City di Pep Guardiola, in programma il 22 ottobre in Inghilterra e il 6 novembre in Italia. Un confronto destinato a rimanere impresso nella storia degli orobici, a maggior ragione se si torna indietro al fischio finale di quell’Atalanta-Palermo 0-1 del 21 settembre 2016, e in cui la “Dea” proverà a dimostrare che anche la “Provincia” può ambire a un posto in Paradiso.

Stefano Scarinzi
1° ottobre 2019


 

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