A un anno dall'elezione del Sindaco, l'oggetto del contendere politico sembra esersi concentrato interamente sul lungomare di Napoli. Mentre altrove...
Facciamo pubblica ammenda. Vi avevamo raccontato di un forte innalzamento del tasso di disoccupazione giovanile e delle ore di cassa integrazione, delle difficoltà in cui si dibattono le piccole e le medie imprese, del preoccupante calo del fatturato delle attività artigiane, dell’inarrestabile chiusura di attività commerciali a conduzione familiare - 357mila attività commerciali sparite negli ultimi 11 anni (fonte “SOS impresa”) – del degrado che avanza incontrastato nelle periferie urbane di Napoli. Ebbene, ci eravamo sbagliati.
I problemi di Napoli, come sta dimostrando il sindaco de Magistris con una determinazione che rasenta la cocciutaggine, risiedono tutti in quei sei chilometri di nastro d’asfalto che congiungono Mergellina a Santa Lucia.
Salita alla ribalta per grazia ricevuta della magistratura che impedì la disputa della Vuitton cup nel tratto di mare antistante all’inquinata ed inquinante colmata di Bagnoli (a proposito signor sindaco se ne è dimenticato?), via Caracciolo si è trasformata per l’Amministrazione comunale in una sorta di “linea del Piave”. Questa trincea ideologica, dalle marcate connotazioni taleban-ambientali e tardo-classiste, deriva purtroppo da una concezione a-culturale della città. Le sue parti non sono tessere della memoria storica e neanche fondamentali infrastrutture, ma vengono considerate alla stregua di un immobile fondale al servizio delle occasionalità e del facile consenso.
La città è piuttosto uno stato d’animo, un corpo di costumi e tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti organizzati entro questi costumi e trasmessi mediante questa tradizione. In altre parole, la città non è semplicemente un meccanismo fisico e una costruzione artificiale: essa è coinvolta nei processi vitali della gente che la compone; essa è un prodotto della natura, e in particolare della natura umana (Robert E. Park, 1923).
La Caracciolo quindi non è una comune arteria stradale e non solo perché costituisce uno dei tre assi di collegamento (dei quali uno è a pagamento) est-ovest di Napoli, ma soprattutto perché, è un segmento di quel processo di urbanizzazione (fatto storico e sociale) che si è andato consolidando in maniera differente a seconda dei contesti e delle epoche ed ha prodotto l’attuale forma urbis.
Renato de Fusco, uno che in fatto di storia dell’architettura ne mastica un po’, ha recentemente scritto: ritorna spesso con insano, romantico ed incompetente proposito, in omaggio all’ideologia della pedonalità: l’eliminazione di Via Caracciolo al fine di ritornare a connettere direttamente la Villa comunale al mare, così com’era in origine. Più volte ci siamo espressi contro questo programma che negherebbe la vista del mare al maggior numero di cittadini che attraversano la strada in auto; che distruggerebbe quell’unitaria opera d’arte ambientale, Riviera-Villa-Via Caracciolo; che riporterebbe il quartiere allo status quo ante ottocentesco[…].
Non è stata ancora abbattuta la storica Murata di Enrico Alvino, ma di fatto, quale effetto delle insensate decisioni dell’Amministrazione comunale, è stata di fatto cancellata. O meglio, è stata desertificata sottraendola alla primaria funzione di collegamento. Il sindaco de Magistris evidentemente ignora che i mezzi di trasporto e di comunicazione, le linee tranviarie […] - tutte cose, di fatto che tendono a produrre nello stesso tempo una maggiore mobilità e una maggiore concentrazione delle popolazioni urbane – sono fattori primari nell’organizzazione ecologica della città. (Park, 1923). Il parco autobus della compartecipata comunale ANM è costituito da mezzi insufficienti ed obsoleti, dei parcheggi d’interscambio non si parla più da una vita. Per una maggiore qualità della mobilità pubblica si fa affidamento sulle linee ferroviarie metropolitane quando queste saranno finalmente ultimate.
E’ fatale quindi che la mutilazione del sistema stradale comporti conseguenze dirette nel modo di organizzarsi della comunità e sull’ambiente in cui esse vivono.
Non risulta che il Municipio abbia commissionato uno studio sull’impatto ambientale e paesaggistico propedeutico all’eventuale chiusura di Via Caracciolo. A nulla – salvo i pronunciamenti futuri del TAR – sono servite le petizioni dei cittadini sequestrati nei quartieri alti, e non solo, dell’occidente napoletano, le proposte di emendamento formulate da consiglieri comunali, le proteste dei cittadini esposti all’inquinamento da rumore, da polveri e da idrocarburi volatili e dei commercianti che hanno visto bruscamente calare il volume dei loro affari.
Gli stucchevoli adulatori del sindaco ripetono ossessivamente – forse per convincersene – che il lungomare è stato “libberato” dalle auto e all’apice della prona retorica invocano: “De Magistris, sii fermo, la gente, il popolo, i giovani che vogliono respirare il mare ed il cielo di Napoli sono con te”, manco se il mare ed il cielo fossero elementi gassosi.
Già la gente…. Il popolo…. Ma dove sono? A qualsiasi ora lo si guardi il lungomare appare come una riproduzione miniaturizzata del deserto del Kalahari, senza un segno di vita apparente.
De Magistris che tutto è fuorché stupido, sta cercando affannosamente di affidare una nuova funzione all’area “libberata”. Sembra ormai, pur con il carattere della “temporaneità” - termine che a Napoli è sinonimo di permanenza - (a proposito la Sovrintendenza ha nulla da dire sulla sopravvivenza dei due “baffi” di massi calcarei che dovevano essere rimossi a Vuitton cup conclusa?) che il sindaco abbia deciso di trasformarla nella sede di eventi sportivi. Dopo la discussa regata dei catamarani, i cui benefici economici sono stati certificati e presentati dalla Deloitte, società di consulenza condannata nel processo Parmalat per aver avallato i bilanci taroccati di Callisto Tanzi, sarà la volta dell’anfiteatro del tennis per la Coppa Davis. Il “casatiello” capace di contenere 4mila persone sarà installato tra la statua del Duca della Vittoria e “mappatella beach”. Ovviamente anche questa volta la Sovrintendenza potrà dormire sonni tranquilli: si tratta, infatti, di un’opera temporanea così come era stato precisato per il prolungamento della scogliera.
I cortigiani di de Magistris non hanno perso tempo a magnificare l’amore del sindaco per lo sport e la sua volontà di costruire una nuova immagine di Napoli. Peccato che a poca distanza in linea d’aria, il Parco dello Sport - ventitre ettari di strutture sportive (campi di calcetto, basket, tennis e pallavolo, piste ciclabili, di pattinaggio, hockey e skateboard) - versi in uno stato di totale abbandono.
Il Mario Argento, prestigioso tempio del basket partenopeo, protende verso il cielo come fossero due braccia, le due scarnificate tribune quasi a voler dare maggior forza ad una disperata invocazione d’aiuto. Al suo fianco, il Palabarbuto, costruito anch’esso temporaneamente (circa dieci anni) per ospitare il basket Napoli. Piccolo, angusto ed anch’esso in via di incipiente degrado.
Lo splendido gioiello architettonico di Enrico Cocchia, lo stadio San Paolo, ha compiuto cinquant’anni di vita e li dimostra tutti. Vetustà segnata ed accelerata dall’incuria e dalla mancata manutenzione. Tra l’altro andrebbe immediatamente rimossa l’orrenda ferraglia che ne sfigura i magnifici tratti mediterranei.
Forse ci siamo sbagliati ancora una volta: al Piave seguirono Vittorio Veneto ed il compimento dell’unità territoriale e politica dell’Italia umbertina. Il sindaco de Magistris con ogni probabilità, su via Caracciolo “libberata” sta invece costruendo la sua personale Stalingrado.
Lidio Aramu
