di Gianluca Abate da il Corriere del Mezzogiorno
L’unica soluzione «per garantire 18 mesi di autosufficienza alla provincia di Napoli» è la realizzazione di «una discarica che abbia una capacità di almeno un milione di tonnellate».
E lì che andrebbero portati i rifiuti, «per avere la possibilità nel frattempo di svuotare gli Stir e avviare la biostabilizzazione». E già, perché i rifiuti che escono da quegli impianti, quelli che vengono inviati fuori regione e che qualcuno vorrebbe mettere nelle cave, ad oggi «non sono biostabilizzati». Tradotto dal linguaggio tecnico, significa che «gli impianti di tritovagliatura non sono capaci di trattare il rifiuto e renderlo innocuo dal punto di vista ambientale». Parola di Daniele Fortini, amministratore delegato di Asìa, che queste cose le ha dette durante un’audizione davanti alla commissione d’inchiesta sui rifiuti.
Erano 48 giorni fa, e il suo intervento si concludeva così: «Gli elementi in campo giustificano il più acuto pessimismo rispetto alla possibilità che nell’arco di pochi mesi possano essere messi in sequenza quegli accadimenti giudiziosi che potrebbero evitare un nuovo disastro». E il disastro è arrivato.
L’audizione
Sono le 14.15 di mercoledì 18 maggio 2011 quando l’ad di Asìa, Daniele Fortini, racconta alla commissione d’inchiesta perché si sta andando verso l’ennesima emergenza, quella che esploderà un mese dopo con la rivolta dei cittadini. Val la pena andarselo a leggere il resoconto stenografico di quell’audizione. Dà conto di settantacinque minuti di domande e risposte. E chiarisce molto su alcune questioni agitate strumentalmente nelle scorse settimane, a cominciare da quella sui rifiuti inviati in altre regioni. Ecco cosa dice il manager ai parlamentari nella sede di Palazzo San Macuto. «Escono dalla Campania tra le 600 e le 800 tonnellate al giorno di rifiuti tritovagliati. Sono destinati a Sicilia (prevalentemente discariche), Emilia Romagna (impianti di trattamento), Toscana (discariche), Marche (discariche)». Sono quei rifiuti che qualcuno vorrebbe mettere nelle cave dismesse. «Trovo assolutamente ragionevole poterle utilizzare come siti nei quali utilizzare il rifiuto trattato ai fini del recupero ambientale. Il problema è che gli impianti di trattamento attualmente esistenti, gli Stir, non riescono a biostabilizzare la frazione organica dei rifiuti che dovrebbe essere allocata nelle cave. (…) La preoccupazione delle istituzioni locali è far sì che si possano usare le cave non con rifiuto tal quale, ma con la frazione organica biostabilizzata, dalla quale si sono estratti tutti gli estremi di pericolosità e potenziale inquinamento. Siccome gli Stir in questo momento non fanno la biostabilizzazione, ma anzi la frazione umida tritovagliata è quella inviata nelle discariche delle regioni vicine, è chiaro che l’utilizzo delle cave è condizionato dalla capacità degli impianti di trattare il rifiuto e renderlo innocuo dal punto di vista ambientale». Gli Stir Capacità che, in questo momento, gli Stir non hanno, perché «durante le emergenze del 2004 e del 2006 sono diventati un po’ un grande magazzino nel quale stipare i rifiuti tal quali per non averli sulle strade. In questo modo gli impianti di biostabilizzazione sono stati inutilizzati, e adesso vanno riarmati e messi in esercizio. Per poterlo fare, però, c’è bisogno di liberare gli Stir dalle decine di migliaia di tonnellate di rifiuti che sono presenti al loro interno». La differenziata «Il dato del 43% di raccolta differenziata è falso». L’ad di Asia smentisce così, calcoli alla mano, le cifre circolate negli ultimi mesi. E spiega: «La Campania produce 2,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani residui all’anno. Se la raccolta differenziata fosse al 43%, vorrebbe dire che un milione di tonnellate se ne sono andate al riciclo, e quindi che negli impianti della Campania sarebbero state smaltite 1,6 milioni di tonnellate. In realtà le tonnellate di rifiuti smaltite sono state 2,1 milioni, quindi il dato è che nel 2010 la raccolta differenziata è stata di 500.000 tonnellate: un dato intorno al 20, 22% del totale. E questa raccolta viene inviata fuori regione alle piattaforme di riciclaggio». Una spedizione che pesa anche economicamente sull’emergenza: «L’incidenza del costo dei trasporti è impressionante: 160 euro a tonnellata, ad esempio, per portare i rifiuti organici da raccolta differenziata agli impianti di compostaggio in Veneto o in Piemonte. Uno spreco impressionante». Come i costi per portare fuori regione i rifiuti accumulati negli Stir.
La mega-discarica
E quella dei rifiuti negli Stir è la situazione di «un cane che si morde la coda», per usare le parole del presidente della commissione d’inchiesta, Gaetano Pecorella. Che, nel corso della seduta, chiede: «I rifiuti non si possono mandare via perché non sono biostabilizzati, ma non si possono biostabilizzare perché ci sono i rifiuti nei capannoni. Qual è la soluzione?». Una sola, a sentire Daniele Fortini. «A oggi la soluzione, che non è una soluzione, è stata quella di trattenere i rifiuti a terra. La mia opinione è che quella giusta sia la strada individuata dal Governo, che prevedeva la realizzazione di tre nuove discariche in Campania per otto milioni di tonnellate di rifiuti». Un’idea accantonata, ma «dal punto di vista strutturale quello che serve è un sito che abbia una capacità di almeno un milione di tonnellate e consenta per diciotto mesi di garantire l’autosufficienza per la provincia di Napoli». E il tempo che, cronoprogramma alla mano, servirebbe per risolvere l’emergenza: «Un mese di tempo per svuotare gli Stir, due mesi per allestire gli impianti di biostabilizzazione e un mese di giacenza dei rifiuti negli impianti per perdere l’umidità. Così, in quattro mesi, si può avere il materiale biostabilizzato da portare nelle cave. Ovviamente, per liberare gli Stir dalle circa 70.000 tonnellate collocate nella provincia di Napoli, il trasporto fuori regione costerebbe 200 euro a tonnellata e ci vorrebbe un tempo molto più lungo di quattro mesi». E per questo che, invece dei trasporti, «è necessario prevedere una discarica da un milione di tonnellate dove «si mette il tal quale perché ci si dà un programma e si dice che entro quattro mesi si è in grado di produrre il biostabilizzato da frazione organica». Una discarica che aiuterebbe «a liberare gli Stir». E dove finirebbe quell’immondizia «non innocua» che oggi vogliamo siano altre regioni, ed altre discariche, ad accogliere. (Post scriptum. Dal 18 maggio a ieri Daniele Fortini non ha cambiato per nulla la sua idea. E al Corriere del Mezzogiorno la spiega così: «La nuova discarica da un milione di tonnellate è assolutamente necessaria. E, nel frattempo, si potrebbe iniziare con il liberare gli Stir di Tufino e Giuliano. Come? Inviando le 22.000 tonnellate stivate in quei capannoni nelle discariche già esistenti in Campania, che possono accogliere 120.000 tonnellate. Se si facesse così, quegli Stir sarebbero vuoti nel giro di due settimane». E se invece si optasse per inviare i rifiuti in altre regioni? «Servirebbe il doppio del tempo. E soldi»)
cormez - 5 luglio 2011
