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L'artificio retorico della cultura a Napoli

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Dopo il tramonto dell’immaginario rinascimento bassoliniano, Napoli rappresenta l’archetipo della città immobile con la sua manifesta incapacità di dare risposte ai mille devastanti problemi che l’affliggono, da quelli esistenziali a quelli minimi ma rilevanti del vivere quotidiano.
Sempre più spesso per definire questa condizione si adopera la definizione coniata per Napoli da Walter Benjamin negli Anni ’20: “la città porosa”. In realtà porosa non è sinonimo di spugna come comunemente s’intende. Non è l’attributo di una città statica che annulla ed assorbe i contrasti sociali e le pulsioni culturali, ma rappresenta un’immagine dinamica.


Una città che – secondo la definizione di Massimo Cacciari resa nell’ormai famosa intervista del 1992 - non affronta i suoi problemi attraverso macro-progetti, sulla base di una “ratio” logocentrica, che non riduce il complesso delle tensioni, dei conflitti, che non tende ad annullarli, bensì ad assimilarli e, quasi, a nutrirsene… La porosità della città mediterranea.

E mentre il filosofo veneziano parla, il mondo politico e finanziario nazionale continua ad essere travolto da un’ondata di arresti. Anche a Napoli, il patto omertoso tra imprese e politici è spezzato dall’onda emotiva suscitata dal barbaro assassinio del giudice Falcone e della sua scorta. 

Le inchieste si moltiplicano: il caso della flotta Lauro; quello del teatro Politeama, acquistato da una finanziaria per ripulire il denaro sporco proveniente dal traffico di droga, racket, lotto e toto nero; i fenomeni di corruzione interessanti le Usl; gli appalti per i lavori allo stadio San Paolo in occasione dei mondiali 1990. Riprendono forza le indagini sull’uso dei finanziamenti per la ricostruzione successiva al terremoto in Irpinia del 1980.

Dappertutto le operazioni compiute sono clamorose e coinvolgono esponenti di spicco del Psi e della Dc, significativi pezzi dell’imprenditoria locale.
In tale drammatico contesto, il professor Cacciari lancia la sua accorata invocazione: “Non potete massacrarmi Napoli” e affida le speranze del riscatto di Napoli alla memoria immaginativa, cioè una memoria che possa anche diventare progetto.

Un progetto di rinnovamento che sarebbe dovuto nascere - come Atena dalla testa di Giove – da una presunta capacità della politica di dar vita a nuove aggregazioni trasversali sì da riproporre quella “battaglia delle idee” che aveva già animato il panorama politico negli Anni 60/70. Allo sfascio diffuso, allo squallore della politica si opponeva, infatti, la vivacità intellettuale degli istituti culturali partenopei. Un confronto da cui poteva prendere forma un nuovo soggetto politico trasversale in grado di rappresentare e tradurre in atti concreti le attese tradite dalla vecchia partitocrazia in decomposizione.

Poi venne l’éra di Bassolino sindaco. Il mondo della cultura a vario titolo è coinvolto direttamente nella gestione della città. Inizia il cosiddetto “rinascimento” bassoliniano. Sono i giorni del G7. Vengono messi in vetrina le straordinarie risorse immateriali di Napoli: i beni culturali, il paesaggio, le arti figurative, la tradizione gastronomica, il Centro storico. Un neo-mecenatismo di mano “pubblica” di cui Napoli e la Campania non hanno mai visto l’eguale - scrive il sociologo Luigi Caramiello - il trionfo della cultura, la festa dell’orgoglio identitario, un feticcio funzionale ad una pura azione di propaganda, incurante del fatto che l’identità è sempre in divenire.

Un rinascimento virtuale costruito sulla retorica dei titoli dei giornali compiacenti. Ma in grado di condizionare e ridurre gli spazi di autonomia critica e culturale attraverso la concessione di contributi economici agli enti, incarichi alle individualità e finanziamenti di progetti di valorizzazione culturale.  La sottomissione della cultura alla politica.

Per dirla con Renato Nicolini, la colpa grave di Bassolino è di aver sperperato un patrimonio che andava oltre la sua persona, chiudendolo di nuovo nella logica di potere che ha finito per distruggerlo e far precipitare indietro Napoli. Cosicché dopo il vuoto dell’amministrazione Iervolino, proprio da un’aggregazione trasversale ma priva di un progetto politico e culturale, principia la gestione amministrativa di Luigi de Magistris.

Il sindaco arancione chiude al traffico automobilistico vaste aree della città tra le quali via Caracciolo, da sempre considerata un’arteria di viabilità primaria ed ormai ridotta a desertico proscenio di una patetica e pacchiana stagione dell’effimero.

Il processo di “desertificazione” costituisce per l’amministrazione comunale l’inoppugnabile testimonianza di una ritrovata volontà di valorizzare, in una prospettiva turistico-culturale, le risorse immateriali di Napoli. In realtà non esiste alcuna incentivazione, nessuna promozione intelligente dei flussi turistici in città. Dal porto di Napoli sono transitati circa 1 milione e 300 mila crocieristi senza che l’amministrazione comunale ponesse in essere uno straccio d’iniziativa perché quest’enorme flusso di turisti non si disperdesse immediatamente tra i ruderi degli scavi di Pompei ed Ercolano, lungo la costa della penisola sorrentino-amalfitana, tra le isole dell’arcipelago del Golfo. Una delle peculiarità della città porosa consiste nel fatto che i suoi monumenti non sono isolati, in evidenza, ma sono integrati e parte viva della città. Sono incastonati nel suo tessuto urbanistico, nel dedalo dei suoi vicoli. Una valorizzazione credibile e seria dovrebbe cominciare col rendere accessibile il patrimonio monumentale con degli info point distribuiti sull’intero territorio comunale, con una rete di trasporto pubblico efficiente e capillare, con una programmazione annuale di eventi culturali di alto profilo. La verità è che, a Napoli, la cultura non ha alcuna incidenza sulle politiche dell’amministrazione comunale. Prova evidente che siamo a circa quattro mesi all’inizio del Forum Universale delle Culture e della manifestazione e del programma non si sa assolutamente nulla. Doveva essere la grande opportunità per il rilancio: Napoli capitale mondiale della cultura. Il 2013 sarà invece, con ogni probabilità, l’anno dell’ennesima grande occasione perduta. La dimostrazione solare che a Napoli la cultura è solo un vuoto artificio retorico utilizzato per riempire il vuoto della politica.
Lidio Aramu

 

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