Mostra d'Oltremare, 60 anni dopo la ricostruzione: tante ombre, poche luci

Anniversario della ricostruzione dell'Ente semidistrutto dopo la Seconda Guerra Mondiale
A Napoli ben pochi ricordano che il 2012-13 coincide con il sessantesimo anniversario della ricostruzione della Mostra d’Oltremare. Danneggiato nella misura del 60% (10 miliardi di lire) dagli eventi della Seconda guerra mondiale, il patrimonio strutturale dell’Ente, nel 1952, fu in una certa misura riattivato in funzione dei fondi per il risarcimento dei danni di guerra subiti.
Nell’immediato dopoguerra sul destino dell’Oltremare si confrontarono due scuole di pensiero. La prima auspicava lo smembramento del patrimonio strutturale dell’ente, mentre la seconda – quella che apparentemente prevalse – ne ribadiva la funzione di centro d’irradiazione e di attrazione. La struttura costituiva ancora una formidabile opportunità per il rilancio dell’economia e dell’immagine di una città annichilita dai bombardamenti a tappeto dei liberatori anglo-americani.


Fu così che nel 1948 l’ente fu trasformato in “Ente Autonomo Mostra d’Oltremare e del Lavoro Italiano nel Mondo” con l’obiettivo di dar vita a mostre documentative e promozionali del lavoro italiano in tutti i continenti e alla valorizzazione economica e turistica di Napoli. Il coordinamento dei lavori di ricostruzione fu affidato all’ingegnere Luigi Tocchetti che coinvolse molti degli architetti che avevano lavorato all’edificazione dell’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare: Canino, Cocchia, Piccinato, Pane, De Luca e con loro molti giovani e valenti architetti: Michele Capobianco, Alfredo, Sbriziolo, Delia Maione, Elena Mendia, Gerardo Mazziotti per ricordarne alcuni.

Le antiche denominazioni di padiglioni della Libia, A.O.I, Albania, Sanità, Razza e Cultura, lasciarono il posto a quelle più attinenti ai nuovi obiettivi dell’Oltremare: Lavoro italiano nell’America del Nord, Lavoro Italiano in America Latina, Lavoro Italiano in Asia, Lavoro italiano in Oceania, Lavoro Italiano in Africa, Lavoro Missionario, Attività industriali all’Estero.

Il 7 giugno 1952 il Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, con il Presidente del Senato, Enrico de Nicola, del vice presidente della Camera, Giovanni Leone, inaugurò ufficialmente la prima (ed unica) Mostra Triennale del Lavoro Italiano nel Mondo.

Quello di sessant’anni fa fu senz’alcun dubbio l’ultimo colpo d’ala. Il momentaneo successo di chi ancora riteneva con una certa lungimiranza che l’istituzione flegrea potesse rappresentare - come ebbe a dire Luigi Einaudi – una testimonianza non vana di tutto ciò che di costruttivo la nostra gente ha saputo in ogni tempo creare al di là dei mari …. per le sempre maggiori affermazioni dell’ingegno e del lavoro italiano nel mondo. Un’iniziativa di larghe vedute per Napoli ed il Mezzogiorno, ma allo stesso tempo una preziosa fonte occupazionale, un valido ausilio per la rigenerazione dell’economia cittadina attraverso il ripristino della sinergia interrotta dagli eventi bellici Mostra d’Oltremare/porto. 

Sono gli anni della ripresa, quelli del boom economico. Gli anni della quarta fase dell’emigrazione. Sette milioni d’italiani prendono la via dell’America Latina, Australia, Francia, Svizzera, Germania, Belgio. Ma al tempo stesso, una massa enorme di meridionali si trasferisce in Piemonte, Liguria e Lombardia.

Soltanto due anni dopo la sua inaugurazione pur avendo riscosso un buon successo, la Triennale del Lavoro Italiano nel Mondo esaurisce le sue attività. I fondi per il risarcimento dei danni di guerra non sono stati ancora concessi. Per far fronte alla pesante situazione debitoria dell’Oltremare, la Presidenza del Consiglio autorizza la vendita di un suolo di circa un ettaro alla RAI per la costruzione della sua sede di Napoli. E’ il primo di una lunga serie di atti che determineranno un lento ma progressivo ed incessante smembramento del patrimonio strutturale dell’ente. Seguiranno ulteriori alienazioni di suoli – interni ed esterni alla cinta muraria – concessioni a lungo termine, la frammentazione della funzione.

Si riprende a discutere sulla funzione da assegnare all’Oltremare. Si pensò di trasformarla in un organismo internazionale per lo studio dello sviluppo delle aree depresse o in un Centro Studi Emigrazione. Intanto gli effetti benefici del “miracolo economico” e le rimesse degli emigranti modificano profondamente il tenore di vita delle genti del meridione d’Italia creando così un potenziale mercato di beni di consumo durevoli. La Mostra d’Oltremare optò, pertanto, per una soluzione di corto respiro, abbandonando ogni velleità trans mediterranea, ma in grado di garantirle un flusso di denaro appena sufficiente a coprire le voci della spesa corrente. A giugno del 1958, il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, inaugura la I Fiera della Casa.

Intanto la cronaca registra il progressivo ed inarrestabile degrado delle strutture. A dar loro il colpo di grazia ci pensò il terremoto del 1980. La Torre del P.N.F., la Piscina di Carlo Cocchia, la Fontana dell’Esedra, il Teatro Mediterraneo sono dichiarati inagibili mentre 18 ettari di superficie furono requisiti dal Commissario straordinario di Governo per sistemarvi i campi roulotte per i terremotati. In tale frangente furono abbattute barbaramente le Serre botaniche di Carlo Cocchia, un mirabile esempio di architettura razionalista.

I vandalismi proseguirono con l’abbattimento del Padiglione della Marina e dell’aeronautica di Bruno La Padula per lasciar posto a due mostri in cemento e vetri che, secondo il PUA del 2005 – come ha ricordato il professor Gerardo Mazziotti –, andrebbero abbattuti in quanto “corpi estranei al contesto storico e artistico della Mostra”. Il rifacimento dell’Arena Flegrea dà luogo, tra l’altro, alla distruzione del “coronamento” costituito dal mosaico di Nicola Fabbricatore del quale si conservano alcuni frammenti grazie alla sensibilità culturale del Presidente Raffaele Cercola.

La trasformazione della Mostra d’Oltremare in una S.p.a. cancella ogni protagonismo dell’ex ente autonomo nello scenario economico cittadino e del Meridione, riducendo la sua funzione alla gestione del patrimonio immobiliare. Certo, grazie al rastrellamento d’ingenti risorse economiche rese disponibili dalla Comunità europea si sta intervenendo su alcuni edifici storici, realizzando – osserva Gerardo Mazziotti – l’ennesimo Centro Congressi in un’area dove già esistono gli auditorium della RAI, Città della Scienza, Facoltà di Economia, Teatro Mediterraneo, Porta del Parco.  Quella che manca è la fondamentale assegnazione di una funzione unitaria all’intero complesso. Si ostinano a gestirla manco fosse un “albergo ad ore”, non rendendosi conto che sulla sponda del Sud del Mediterraneo – rivoluzioni democratiche permettendo – si va consolidando una delle maggiori economie mondiali. Napoli potrebbe attraverso una diversa utilizzazione dell’Oltremare ritrovare la sua anima mediterranea ed europea. Come un grande centro culturale, politico e sociale, di rapporto con i popoli del Mediterraneo. Napoli come elemento equilibratore di un’Europa “carolingia”, cioè di un’Europa franco-tedesca “fredda”, incapace di avere – ha scritto Cacciari un rapporto, di concepire aperture nei confronti dell’altro.

A sentire i vertici dell’Oltremare, essa si trova in una fase di grande rilancio e di recupero strutturale. Constatando la realtà invece ci troviamo di fronte a edifici ristrutturati ma totalmente inutilizzati (Cubo d’Oro, Teatro Mediterraneo), padiglioni in totale stato di degrado (Libia di Florestano Di Fausto, Rodi di Bartolomeo Ceas, Civiltà Cristiana in Africa di Roberto Pane, chiesa coopta), suoli e strutture dall’incerto futuro (Cinodromo, Edenlandia e Parco faunistico di Luigi Piccinato), manufatti alienati, di fatto (Alimentaria Sud GM, il padiglione dell’Africa Orientale Italiana di Mario Zanetti, Luigi Racheli, Paolo Zella Milillo, trasformato in un’officina Fiat, le autorimesse di Vittorio Amicarelli, il Palazzo degli Uffici di Marcello Canino convertito in un albergo).

Certo ognuno vede la realtà alla luce delle proprie idee e sentimenti. A fronte della realtà oggettiva si oppongono le centomila realtà individuali per cui la vera realtà è nessuna.
Pur di non fare i conti con la realtà – ha scritto Massimo Gramellini nel suo “Fai bei sogni” – preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo. Ma quando questo accade ponendo in gioco gli interessi ed il destino di intere popolazioni, tale comportamento assume la definizione di alto tradimento.
Lidio Aramu