UN DURO COLPO ALLA “CARACCIOLO LIBBERATA”Il nuovo soprintendente, Giorgio Cozzolino, si è presentato alla città con una lunga ed interessante intervista rilasciata al Corriere di Marco Demarco. Se non è un punto di svolta gli somiglia tantissimo. Senza giri di parole, il rispetto dei vincoli torna ad essere la condizione essenziale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico napoletano.
Il discorso non poteva non cadere sul fantasioso utilizzo di via Caracciolo, sottoposta a vincolo paesaggistico, e sull’ipotesi di elevare proprio qui un’arena per gli eventi sportivi e musicali.




Il filo conduttore dell’assemblea pubblica per la salvaguardia del paesaggio, svoltasi presso la Sala Santa Chiara nel centro storico di Napoli, ha focalizzato l’attenzione sul valore unificante del paesaggio, in connessione con la storia e la cultura di un popolo, a fronte delle sistematiche devastazioni compiute dalla politica consumistica dei nostri tempi. Tema quanto mai attuale e particolarmente sentito per quei napoletani sgomenti dinanzi alla reiterata opera di distruzione dei simboli della propria identità storico-paesaggistica. In tal senso risulta pregante l’intervento della coordinatrice dell’assemblea nonché rappresentante del Comitato Civico Posillipo, l’architetto Isabella Guarini, nel sottolineare il “consumismo globale del paesaggio” in riferimento al mancato rispetto dei vincoli paesaggistici disattesi dall’attuale amministrazione comunale.
Ma de Magistris lo sa?
Gli effetti prodotti dal Pizzafest sull’economia della ristorazione di Chiaja, e sull’ordine pubblico hanno dimostrato che la “valorizzazione” ipotizzata dall’amministrazione comunale non può aver successo poiché tende a selezionare in negativo la partecipazione popolare. Potrebbe accadere cioè quel che accadde con la costruzione delle Vele al tempo di Maurizio Valenzi sindaco. Quando ancor prima che fossero definiti servizi e funzioni da ubicare nei moduli abitativi, negli appartamenti di Scampia fu immessa una considerevole massa di cittadini meno abbienti provenienti dagli ambiti più degradati della città. Ci si preoccupava di dare un tetto agli emarginati di ogni fatta senza però preoccuparsi di rimuovere le ragioni profonde della loro precarietà economica. Col passare degli anni abbiamo potuto apprezzare i risultati di quella visione urbanistica già all’epoca molto discussa e contrastata.
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