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da Legno Storto:

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L'ammiraglio, gli scolari e la rivoluzione culturale

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Napoli è una città di mare. In molti tuttavia ritengono che la sua relazione col Tirreno sia epidermica, casuale o addirittura inesistente. Da sempre, nella vulgata popolare, il mare assume il valore di balneum, solis et otium, di mera scenografia al vivere quotidiano. Napoli è sì stata fondata da genti venute dal mare, lo stesso mito di Partenope riporta al Mediterraneo, ma a guardar bene nelle pieghe della sua storia, il porto di Roma fu Puteoli e non Napoli, Bacoli la sede della Classis Misenensis e della schola militum (fanti di marina), Amalfi una delle quattro Repubbliche marinare. Il mare per Napoli cominciò ad assumere un’importanza vitale come elemento di comunicazione e fonte di traffici con gli angioni e gli aragonesi. Rilevanza che scemò con la corsa alla colonizzazione dei territori del Nuovo Mondo, per poi rinvigorire con l’avvento di Carlo di Borbone e del Fascismo. Due epoche storiche distinte e distanti ma che in comune avevano, per lo sviluppo economico di Napoli e del Mezzogiorno, una visione strategica mediterraneo-centrica.

La festa dei beni comuni alla Mostra d'Oltremare

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I corifei della “rivoluzione” arancione sono raggianti e sbuffano a più non posso nelle chiarine della propaganda: riaprono l'Hotel Palazzo Esedra e il Ristorante della Piscina, due importanti strutture ricettive della Mostra d'Oltremare di Napoli.
Alla cerimonia inaugurale molte le autorità, tanta la gente si accalca ai buffet. Mancano solo i cineoperatori dell’Istituto Luce.
A pensarci bene forse si tratta della “festa dei beni comuni” promessa da de Magistris nel corso del Forum dei Comuni del 2012. Quando con le mani sui fianchi, con voce stentorea e curando di scandire bene le sillabe, affermò che le “politiche dei beni comuni servono ad aggredire le logiche predatorie del capitalismo”.

Cambiare perché tutto cambi

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Non è facile descrivere ciò che accade a Napoli in questi ultimi tempi. Il rischio di ripetersi è forte sebbene la disponibilità di spunti per una riflessione sullo “stato dell’arte” sia pressoché infinita. Ci si può avventurare in una gimcana letteraria tra le buche stradali o in una salutistica traversata descrittiva dei tossici suoli dell’ex polo industriale di Bagnoli e della venefica colmata. Magari dopo i tre canonici puntini sospensivi delle interminabili attese alla fermata dell’A.N.M. In alternativa ci si potrebbe dedicare all’epica degli autobus perduti nello sperpero d’ingenti e pubbliche risorse finanziarie o alla critica della ragion pratica che ha prodotto la traumatica mutazione di un luogo simbolo come la Caracciolo in un’apoteosi del kitsch. Qualunque sia l’itinerario scelto, con ogni probabilità ci si ritroverà all’ombra di Palazzo San Giacomo.

A ben guardare tuttavia, tra le sfumature cromatiche della quotidianità, emergono non poche ed obbrobriose anomalie riconducibili a ben altre responsabilità. Le famigerate devastazioni della storica Villa comunale, i degradati e/o sprangati edifici - laici e religiosi - del centro storico, il territorio sfregiato dalle discariche per i rifiuti, il mancato decollo dei grandi progetti per il risorgimento economico di Napoli, come si sarebbe detto agli inizi del Novecento.

Barattoli di Merda

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Incredibile a dirsi, c’è ancora chi ci crede. Nostro Signore dei Magistri, l’oracolo di San Giacomo, continua a fare annunci puntualmente smentiti dai fatti, eppure ancora adesso c’è chi se la beve. La lista è talmente lunga, che si rimane sopraffatti dalla noia già solo a ricapitolarla mentalmente. L’ultima in ordine di tempo era il (più volte annunciato) rimpasto di Giunta: sarebbe dovuto esserci il 10 maggio, ma ovviamente si è perso nelle nebbie… A dire del Nostro, ci sarebbe una lunga fila scalpitante, che non brama altro che l’onore di far parte della sua compagine; dev’essere quindi l’imbarazzo della scelta, che frena la decisione…

L'orgoglio di una città senza dignità

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Nella Napoli umiliata e martoriata dal degrado morale e materiale, c'è chi invita a volersi bene, a essere orgogliosi dei mirabolanti risultati ottenuti dall'amministrazione locale con l’organizzazione di qualche regata nel golfo e una corsa di biciclette. Eventi con i quali si vorrebbe mostrare il riscatto di una città che non si piega dinanzi alle difficoltà e alla crisi, ed invece non sono altro che il maldestro tentativo di coprire il fallimento di una rivoluzione annunciata a parole e mai partita.

In realtà non potrà esserci crescita se il cambiamento non investirà prima i napoletani. Non serve l'amore dichiarato per la città, ma educazione civica, rispetto del vicino e delle istituzioni, decoro personale e collettivo.  Elementi che sono alla base del vivere comune, sempre più lontani dalle coscienze di gran parte del popolo, a sua volta vessato da una politica del territorio schizofrenica e tesa ad ostacolare i cittadini più che a fornirgli i servizi minimi essenziali.

Le sacche di marciume si sono moltiplicate, divorando ogni angolo della città, aggredendo in modo irrimediabile le aree cittadine ritenute un tempo il salotto buono della città.