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Museo delle Utopie, incroci tra realtà immaginarie

Lo spettacolo Museo delle Utopie, scritto da Pietro Favari con la regia di Giuseppe Sollazzo, inserito nella rassegna del Napoli Teatro Festival Italia 2012, propone un lungo viaggio immaginario nelle aspirazioni, nei sogni, nelle realtà incomplete perché non realizzabili che da sempre accompagnano l’uomo nella sua affannosa ricerca della società perfetta.
Un caleidoscopio di personaggi, di idee e di linguaggi sospesi nel limbo del non-luogo, in un affrancamento surreale dai condizionamenti pregiudiziali e conformistici della realtà.


Un percorso consapevole delle miserie umane quello condotto da un redivivo Karl Marx aspro quanto sarcastico oppositore degli utopisti di ogni tempo, scelto come testimone della deriva liberista della teorizzata comunione dei beni e delle risorse tra uomini finalmente liberi ed uguali. Difatti il Marx narratore discute con il genero mai amato Paul Lafargue, autore de Il diritto alla pigrizia, pamphlet di matrice proudhoniana contro la schiavitù del lavoro, fonte di ulteriori sperequazioni. Di forte impatto, inoltre, la lettura offerta dal comunista Marx di uno scritto intitolato Usura del poeta Ezra Pound. Quasi si commuove dinanzi alla testa decapitata di Tommaso Moro, autore dell’isola fantastica di Utopia nel saggio omonimo, fino ad abbandonarsi tra le braccia tornite della meretrice di un bordello gestito dallo Stato, simbolo quest’ultimo di una società concubina del dio denaro. Vittoria effimera del capitalismo sull’utopia del comunismo come ben rappresentato, tra l’altro, in un divertente accostamento scenico tra il Marx fustigatore delle aspirazioni “alate” dei suoi interlocutori e il pragmatismo politico del (poco) comunista Mao Tse-tung.

La cifra dello spettacolo è costituita dalla leggerezza, tema peraltro della rassegna, con la quale i protagonisti provano ad indagare con un certo disincanto le storture del mondo e delle ideologie dominanti. Una sorta di teatro nel teatro è la rappresentazione di un istrionico Filippo Marinetti simile, nel linguaggio e nelle movenze, ad un  attore dell’avanspettacolo irrisorio verso i testi seriori ed aulici della tradizione teatrale.

Eppure il negativo della mancata realizzazione delle idee utopiche lascia una concreta possibilità di cambiare l’esistente se si guarda all’Utopia nella sua valenza positiva di indagare mondi inesplorati, aperti al cambiamento. Tale è la sensazione provata durante lo spettacolo, soprattutto dopo il terribile scenario di un mondo sorretto da un’unica ideologia, il Grande Fratello paventato da George Orwell nel suo 1984, dalla lettura in video di Giuliano Ferrara (Tra l’altro, non molto tempo fa l’ex presidente del consiglio del governo italiano aveva auspicato la nascita del Partito dell’Amore, organismo simile nel nome al Ministero dell’Amore immaginato da Orwell, sostenuta dallo stesso Ferrara nella pagine del suo giornale “Il Foglio”. Curiose coincidenze non utopiche).

L’utopia è uno spiraglio di luce oltre le tenebre come il cammino percorso dal pubblico lungo la suggestiva Grotta di Seiano, sito ospitante la rappresentazione, in una riuscita commistione tra immagini, voci, suoni e parole senza tempo e senza luogo ma sempre attuali.
Loredana Orlando

 

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