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La Villa Comunale non è un monumento

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La tragica e annunciata caduta del pino di via Aniello Falcone, oltre ad aver causato la perdita di una giovane vita, ha determinato l’abbattimento di numerosi alberi di alto fusto. Sembra, infatti, che l’amministrazione comunale abbia deciso di decimare il patrimonio arboreo cittadino peraltro già poco significativo. Sotto i colpi dell’accetta cadono così esemplari di ogni specie. E dato che a morire sono le piante, la notizia della loro dipartita non trova spazio sulle pagine dei quotidiani. Non interessa a nessuno. Le foto di queste care estinte vengono diffuse in rete dagli amici di Facebook. Su alcune si evidenziano gli inconfondibili segni dell’incuria umana, altre appaiono invece perfettamente sane. E’ difficile stabilire quali siano stati i criteri osservati per la loro drastica eliminazione. Diranno che rappresentavano un pericolo per la pubblica e privata incolumità. Ed allora di grazia, perché per i platani piantumati a ridosso delle abitazioni di via Cimarosa (per citarne una) e costretti da numerosi e ripetuti tagli ad assumere una forma innaturale, si continua a tenerli in loco? Ed ancora: perché i pini, i lecci, i tigli, i prunus e le magnolie piantate circa sei anni or sono in Piazzale Tecchio non sono state ancora sottoposte ad una potatura di formazione col risultato di farle inselvatichire? Perché i Phoenix canariensis dello scenografico e storico Viale di Augusto sono stati dati graziosamente in pasto al rincoforo mentre in altri posti d’Italia, dove le palme costituiscono un elemento caratterizzante della città, sono state salvate?
La risposta, con ogni probabilità, è da ricercare nei limiti culturali ed in una singolare concezione della tutela dei beni comuni degli amministratori del Municipio.

Proviamo a dimostrarlo costruendo la nostra tesi sull’analisi di quanto sta avvenendo in Villa comunale.
La creazione del giardino pubblico napoletano inizia nel 1697 per opera del Viceré di Napoli Luis de La Cerda duca di Medinacoeli e si completa sotto il Regno di Ferdinando IV di Borbone. La villa vanvitelliana si estendeva da Piazza Vittoria alla Cassa Armonica di E. Alvino e fu inaugurata l’11 luglio 1781. Nel 1834 la Villa venne prolungata secondo i gusti ottocenteschi fino all'attuale Piazza della Repubblica secondo un progetto dell'architetto Stefano Gasse.
Le due parti sono tuttora perfettamente riconoscibili nelle configurazioni spaziali. Non così per la scenografia botanica. Il patrimonio arboreo ed arbustivo che ammiriamo è, infatti, il risultato di modifiche e piantumazioni effettuate nel corso degli anni. Val la pena ricordare che esso subì gravi rimaneggiamenti per la trasformazione della Villa in accampamento, poligono di tiro e postazione di batterie dalle armate sanfediste (1804), durante il secondo conflitto mondiale, per analoga destinazione, dalle truppe anglo-americane, e nei primi Anni ’60 per opera di un pervasivo e deleterio parco giochi. A dispetto delle offese degli uomini e del tempo, tra le piante di alto fusto, s’incontrano alcuni esemplari, non molti per la verità, degni per la loro monumentalità plurisecolare di essere inseriti ai sensi della legge n. 10 del 14 gennaio 2013 nello speciale censimento per la tutela degli alberi monumentali che dovrà essere redatto dal Comune di Napoli.

Resta ancor vivo, nonostante le profonde trasformazioni del paesaggio, il carattere straordinario dovuto al contrasto, ricercato e rimarcato con grande ingegno dal Vanvitelli, del verde intenso della vegetazione con il mare. Una grande oasi verde da cui si potevano ammirare la spiaggia, la collina di Posillipo, da Mergellina fino a Castel dell’Ovo, il Vesuvio in piena attività, la Penisola sorrentina e Capri. Lo scenario che è alla base degli attuali vincoli paesaggistici.

Ma sono proprio le profonde trasformazioni delle quinte botaniche a far risaltare i limiti culturali delle civiche amministrazioni. La Villa comunale non è mai stata considerata, pur avendone tutti i requisiti, un giardino storico. Mai considerata come un "monumento vivente", uno spazio di valore storico e culturale, ma è stata da sempre impropriamente ritenuta un’ "area verde" da destinare alla ricreazione ed alle attività ludiche, ad un uso pubblico incontrollato e indiscriminato. Né è mai stata affidata a personale ad alta specializzazione per il controllo e la gestione del patrimonio storico-monumentale nel suo insieme. Tutt’al più sarà stato affidato alla competenza di un valido agronomo laddove la corretta gestione del giardino storico richiederebbe invece l’impegno congiunto con un botanico e un architetto del paesaggio.

La stessa manutenzione della Villa denota la scarsa considerazione degli amministratori civici. E’ questa un’operazione fondamentale per evitare che gli arbusti e le piante crescano eccessivamente nelle dimensioni, inselvatichiscano e alterino le prospettive dei giardini e gli originari rapporti visivi e spaziali. E fin qui il servizio preposto riesce a garantire le fondamentali operazioni agronomiche seppur tra mille difficoltà di vario ordine. Quel che invece risulta difficilissimo è la possibilità di sostituire con puntualità alberi, arbusti e fiori per ricostruire le quinte botaniche originarie. Di solito si attende un grande evento e la munificenza di uno sponsor come l’Ansaldo Trasporti (per ricordarne uno a caso…). E spesso accade che neanche il grande “evento” provochi benefici. Il riferimento è alla prima regata della Vuitton Cup quando delle diverse centinaia di piante sbandierate e promesse dall’Ansaldo non ne arrivò neanche una. In compenso giunse l’eliminazione della corolla apicale della Cassa Armonica di Enrico Alvino ed il taglio dei pennoni del monumento ad Armando Diaz. Nel primo caso furono addotte ragioni di sicurezza mentre per i pennoni, ad una precisa denuncia, l’ex assessore all’Urbanistica Luigi De Falco confessò candidamente che non saperne nulla e che avrebbe provveduto al più presto.

Ovviamente tutto nel pieno rispetto della Carta di Firenze (Carta dei giardini storici. 1981) secondo la quale «Gli elementi di architettura, di scultura, di decorazioni fisse o mobili che sono parte integrante del giardino storico non devono essere rimossi o spostati se non nella misura necessaria per la loro conservazione o il loro restauro. La sostituzione o il restauro di elementi in pericolo devono essere condotti secondo i principi della Carta di Venezia (Carta del restauro, formulata dai professori R. Pane e P. Gazzola, 1964), e dovrà essere indicata la data di tutte le sostituzioni». Inutile dirlo i due monumenti presentano tutt’ora le ignobili mutilazioni, né è dato sapere quando saranno restaurati.

Ma c’è di più… sempre per rimanere alla Carta di Firenze, l’articolo 14 stabilisce che «Il giardino storico dovrà essere conservato in un intorno ambientale appropriato. Ogni modificazione dell'ambiente fisico che possa essere dannosa per l'equilibrio ecologico deve essere proscritta. Queste misure riguardano l'insieme delle infrastrutture sia interne che esterne (canalizzazioni, sistemi di irrigazione, strade, parcheggi, sistemi di custodia, di coltivazione, etc.)».

Esattamente quello che stanno facendo di concerto l’Ansaldo Trasporti ed il Comune di Napoli con la cancellazione di ampi tratti della Villa comunale e la distruzione della vegetazione su vaste superfici adiacenti ai cantieri della linea 6 della Metropolitana di Napoli. In quest’opera barbarica è difficile comprendere quale sia il ruolo assunto dalla Soprintendenza. Un inspiegabile silenzio che i cittadini, evidentemente - e non per colpa loro - poco informati, non esitano a definire omertoso.

Dalla realtà dei fatti emerge una verità incontestabile: a meno che non si voglia sostenere che la città sia “governata” da un cartello di fuorilegge, occorre amaramente riconoscere che per l’Amministrazione comunale la Villa Comunale non rappresenta una realtà né culturale, né monumentale. E a pensarlo purtroppo non è da sola… Come volevasi dimostrare.                                       
Lidio Aramu

 

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