Ormai è come sparare sulla Croce Rossa. Luigi de Magistris è sempre più solo. L’attacco frontale è stato sferrato dall’economista Riccardo Realfonzo, dagli storici Giuseppe Galasso e Francesco Barbagallo, mentre le ali di quello che ormai appare come un esercito di “liberazione”, formato da imprenditori, frange di partiti politici, associazioni di cittadini ed esponenti della cosiddetta società civile, cingono in un asfissiante assedio la roccaforte degli arancioni.
In città non si respira un clima “da presa della Bastiglia”, ma qualcosa di molto simile ad esso. La tensione si avverte nell’aria. Certo l’immaginifico sindaco ce l’ha messa tutta – e ci è riuscito - per saldare in una sorta di “alleanza temporanea di scopo” le diverse anime della città. Comunità rigidamente separate da sempre dal proprio particulare, per incanto hanno preso a marciare l’una al fianco dell’altra per portare l’assalto decisivo al Palazzo San Giacomo.
A fronteggiare l’attacco di questo estemporaneo esercito è rimasto il sindaco con una sparuta schiera d’immarcescibili plauditores e di tetragoni laudatores della rivoluzione che fu.
Credeva di aver scassato l’ancien regime, di aver tagliato i lacci ed i laccioli della politica affaristica. In realtà ha solo spezzato il “sogno” di un’amministrazione efficiente, guidata da un magistrato tutto codici ed onestà. La stessa prospettiva di trasformare una Napoli caotica, congestionata e degradata in una città umanizzata al pari delle città europee, rischia di essere trascinata nel dimenticatoio dall’inevitabile caduta dell’amministrazione de Magistris.
Cosicché tutti in piazza appassionatamente per dare la spallata decisiva. E possibilmente occupando i posti di prima fila, ben visibili, per non perdere il diritto a fregiarsi del titolo di “ante marcia”. Il ristretto Gotha dei portatori di verità. Sì perché in quelle avanguardie figura un gran numero di coloro che dopo aver avuto ragione a sostenere Bassolino, hanno continuato ad averla appoggiando la Iervolino, per poi diventare i grandi elettori sempre a ragion veduta (la loro) dello “scassatore” per antonomasia.
Sono quelli del “Francia o Spagna purché si mangi”. Non coltivano ideali, né progetti per la città. Nella loro testa alberga una sola idea: quella di stare dalla parte del vincente per continuare a tessere le ignobili trame del sottogoverno fatte di contributi pubblici, commesse, consulenze e quant’altro la frequentazione delle stanze del potere può elargire.
E’ questa una specie umana dotata di peculiarità non comuni. Tra queste, la capacità d’intuire per tempo dove soffierà il vento e quindi di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Ha l’abilità di confondersi ed esasperare le realtà popolari ed economiche che pagano oltre misura e sulla propria pelle, gli effetti disastrosi di una crisi, perché tutto deve cambiare perché nulla cambi.
Diciamolo senza infingimenti, de Magistris non è riuscito, considerati i buchi neri del bilancio comunale lasciatigli in eredità dalle precedenti amministrazioni di centro sinistra, ad alimentare, le attese degli avanguardisti.
Ed è per queste inquietanti ed irritanti presenze che le manifestazioni di piazza. in ogni caso, non possono e non devono essere considerate come delle scampagnate fuori porta.
Il ricorso alle pressioni di massa è sempre una sconfitta amara per tutti giacché sono l’evidente sintomo di una democrazia malata. Di un popolo non rappresentato nei bisogni e nelle attese. Di un popolo che per ottenere il rispetto dei suoi diritti esistenziali è costretto a ricorrere alle maniere forti. Ma che razza di democrazia è mai questa? Dovrebbero essere le leggi a garantirli e non altro.
Altroché democrazia partecipata, il sindaco di Napoli è riuscito a dar vita ad una crazia senza demos. Un governo senza popolo. Senza democrazia e senza populismo. Ma de Magistris è un effetto non la causa, la quale è da ricercare nella tara ereditaria dell’”uomo del balcone”. Ossia, di quel malcelato desiderio di affidare ad altri la soluzione dei propri problemi.
La partecipazione alle dinamiche ed ai meccanismi della politica si risolve con l’istituto della delega di ogni diritto tranne quello di critica. Non ci si riconosce più in un programma, in un progetto di governo, ma in un leader. E spesso accade che il “principe azzurro” non sia la soluzione a quell’autoreferenzialità della classe politica. A quella sua capacità di trasformarsi in una casta privilegiata e inaccessibile. A quella tendenza a restringere gli spazi di partecipazione democratica.
Ed allora capita che da grigie centrali parta l’imperativo categorico. La parola d’ordine che passando inarrestabile di bocca in bocca impegna tutti gli uomini di buona volontà, che hanno ancora voglia di risollevare le sorti di questa sciagurata città. Essa già trasvola ed accende i cuori da Posillipo alla Sanità, dalla Doganella al Mercato: “Giggino se ne deve andare”.
Ma si tratta degli ultimi sussulti, Giggino è già oltre. Chi sarà il prossimo?
Lidio Aramu







